Typo History - Tipografia Olandese

Pubblicato 29 Ago. 2016 da Sara Cafagna.
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Mulini a vento, zoccoli di legno, tulipani e Van Gogh: solchiamo il suolo dei Paesi Bassi. Nazione dalle mille contraddizioni, progressista, a vocazione commerciale, con una storia profondamente legata al mare, alle spezie e all’arte pittorica, l’Olanda ha scalzato Venezia nel dominio della tecnologia e della cultura tipografica per tutto il ‘600.
L’asse economico dei commerci, oramai, volgeva verso il nuovo mondo e verso lidi esotici, il Mediterraneo perdeva il suo vitale ruolo di grande autostrada dei popoli a favore degli Oceani. Altri paesi imprimevano, quindi, le loro imprese eroiche e le loro glorie sulla carta: Olanda, Inghilterra e Francia.



La raffinazione della carta
Il ‘600 vede il predominio degli Olandesi nell’arte tipografica. Durante tutto questo secolo nacquero nei Paesi Bassi differenti tecniche di lavorazione della materia prima, la carta.

Gli olandesi furono infatti i primi a realizzare un rudimentale meccanismo rotativo capace di rendere più efficace la lavorazione della cellulosa. Fu proprio il meccanismo dei cartai tulipani, chiamato “olandese”, a rendere la carta di una qualità più raffinata, poiché l’invenzione migliorò il procedimento della “lavorazione” dell’impasto. Il particolare prestigio raggiunto dai cartai olandesi dell’epoca, permise all’Olanda di essere un punto di riferimento per il commercio della carta stessa. Proprio dalla Compagnia delle Indie, infatti, furono importate nei Paesi Bassi delle carte speciali, a loro volta ricavate da lavorazioni della cellulosa di bambù e di gelso, denominate “giapponesi” o “indiane”.
La particolare lavorazione a cui venivano sottoposte in assenza di vergatura, ne permisero l’uso agli artisti del tempo, poiché sia a livello cromatico che di assorbimento del tratto, la resa era ottima.

I caratteri da stampa
Il XVII secolo in Olanda è un secolo di importanti cambiamenti sociali, politici ed economici. Il successo di una concezione borghese della vita, pratica e industriale, cambia anche la concezione di come, quanto e come produrre volumi o opere stampate. Si intensifica quindi la produzione di volumi, facendo seguito ad una domanda crescente di romanzi e racconti d’autore. L’acume dei tipografi olandesi porta a continui perfezionamenti del processo tipografico e innovazioni dal punto di vista grafico. Molti nuovi caratteri, font, nascono dalla mente dei tipografi volti a migliorare e perfezionare la lettura senza stancare l’occhio.

Per le grandi tirature, ad esempio, Christoffel van Dyck disegnò ad Amsterdam, per la dinastia di tipografi Elzevir, l’Elzeviro, ossia un carattere con aste corte e tozze, con grazie marcate ed estese, in modo che l’insieme dell’occhio, pesante e largo, riuscisse visibile anche se piccolo, resistesse alla pressione dei torchi e ricevesse una quantità rilevante di inchiostro, senza che si riempissero le cavità.


Gli editori
Sempre nel ‘600, in corrispondenza del periodo aureo vissuto dai Paesi Bassi, la tipografia conosce un grande splendore nelle regioni fiamminghe. E’ da ricordare in particolare la casa editrice Plantin-Moretus, le cui edizioni presentano impaginazioni ben studiate e spesso abbellite da aggraziate lettere iniziali. Rispetto ai modelli rinascimentali italiani e francesi i volumi rivelano una fisionomia più aderente al gusto fiammingo, con una maggior pesantezza di pagina ed un più accurato movimento degli elementi costitutivi.

Dai Plantin imparò l’arte Lodewijk, il primo degli Elzevier che, con una collana di letteratura classica e contemporanea, iniziò una grande impresa editoriale. I volumetti detti elzeviri, stampati in dodicesimo piccolo, furono venduti ovunque in Europa, contribuendo alla diffusione della cultura.

Alla fine del ‘600 due altri paesi si affacciarono però per reclamare la loro parte nella storia della cultura tipografica. Due paesi che nella rivoluzione, rispettivamente sociale ed economica, hanno forse i loro eventi più importanti.
Ma questa è tutta un’altra storia…

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