Il caso delle copertine Penguin Books

Pubblicato 26 Gen. 2018 da Sara.
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fonte: marketersclub.it

Nella creazione di una strategia pubblicitaria, molto spesso l’impaginazione e il lavoro grafico passano in secondo piano, sottovalutando così il valore che questi hanno per la creazione di un brand. Ce lo insegna la casa editrice Penguin Books, che fin dall’inizio ha sempre puntato su un’immagine ricercata e riconoscibile.

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Come (e dove) tutto ha avuto origine

Iniziamo dal principio, da quando un uomo poco più che trentenne ebbe una delle intuizioni più geniali dell’ultimo secolo. Più precisamente, torniamo a una stazione ferroviaria, con un treno in partenza per Londra con un tale Allen Lane come passeggero.

L’allora direttore della Bodley Head, casa editrice ereditata dallo zio John Lane, era di ritorno da un weekend passato insieme alla cara amica Agatha Christie. All’improvviso, cercando qualcosa da leggere durante il viaggio, si era imbattuto in una bancarella piena di libri sporchi e rovinati, talvolta addirittura scollati. Inoltre, gli unici volumi venduti erano delle riedizioni economiche di opere vittoriane o delle riviste di scarsa qualità. Indignato, Lane ebbe allora un’idea geniale: vendere i libri fuori dalle librerie e renderli un prodotto di consumo di massa. Come? Grazie a tre fattori: ampia scelta, economicità e stile. Esatto, stile!

Un pinguino su ogni copertina

Il design semplice, accattivante e riconoscibile è sempre stato una priorità per Lane. Si racconta che, al momento della fondazione della casa editrice, egli fosse alla ricerca di un simbolo dignified but flippant, che potesse cioè unire solennità e leggerezza. Il pinguino che in tanti conoscono e amano è nato durante una visita del designer Edward Young allo zoo di Londra.

Un inno alla semplicità

Il design delle prime copertine era un inno alla semplicità, con una divisione a tre fasce orizzontali. La prima e ultima fascia, dello stesso colore, identificavano il genere del libro (ad esempio, l’arancione era utilizzato per dei romanzi “generici”, mentre il rosso ciliegia per i romanzi d’avventura).
Nel corso degli anni, diversi sono i nomi che hanno contribuito a rafforzare e a rinnovare l’identità dei Penguin. Primo fra tutti, nel 1947, fu il tipografo tedesco Jan Tschichold, che introdusse due temi molto cari ai designer di oggi: i font sans-serif (il Gill Sans, per la precisione) e lo spazio bianco. Entrambi sinonimo di leggibilità ed eleganza.

Catturare con un'immagine l'essenza di un ”penguinlibro



Negli anni Sessanta, Germano Facetti ricoprì il ruolo di art director alla Penguin Books e donò una veste nuova alle copertine. Lo spazio bianco venne ridotto e la divisione a tre fasce orizzontali abbandonata. Facetti riversò nelle copertine la profonda conoscenza della storia dell’arte, accanto all’istinto infallibile su come una singola immagine potesse catturare l’essenza di un libro. Basti pensare alla copertina realizzata per 1984 di George Orwell.


Ritorno alle origini

Di recente, la Penguin Books ha deciso di tornare alla semplicità che caratterizzava le prime edizioni.
Nel 2016, la casa editrice ha lanciato una nuova versione dei suoi classici tascabili, con copertine monocromatiche e la divisione a tre fasce orizzontali. A dettare il colore questa volta non è il genere, ma la lingua originale del libro (ad esempio, il blu scuro è per i romanzi francesi).

Sebbene molto tempo sia passato dal lontano 1935, il marchio Penguin rimane ancora oggi ben chiaro nella nostra mente. Questo perché la casa editrice inglese ha saputo costruire un’identità solida e memorabile.

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